Il bar jazz

Ai Giardini è uno snack bar di Imola situato in Via Orsini, si affaccia sui giardini di uno spiazzale dominato dalla chiesa San Domenico, più avanti abbiamo il Museo San Domenico e il San Domenico, un ristorante blasonato che ti puoi avvicinare soltanto se hai da “buttare” mezzo stipendio.

Di fronte c’è l’IC2, il plesso dove insegno. Ieri, nell’ora buca, Giuliano mi ha invitato a prendere un caffè.

È un bar ben assortito, si mangia bene a colazione, pranzo e cena, il personale è magnifico! È un tempietto del jazz. Il padrone, che avrà circa una quarantina di anni, ha allestito le pareti con la sua collezione di vinili che cambia periodicamente dove puoi trovarci Ella Fitzgerald, Bill Evans, John Coltrane fino ad artisti di nuova generazione come Immanuel Wilkins. In una parete c’è tutto Davis e, mentre consumi (magari un cornetto con crema di pistacchio) non puoi non notare un mega poster di Enrico Rava.

Inutile dire che propongono musica dal vivo.

Mi ha fatto piacere rivedere Michela, sempre indaffarata con il suo computer, mentre consumava non so cosa.

Wilkins è un sassofonista americano classe 1997, ho visto esposto The 7th Hand, il suo secondo LP. Personalmente di jazz non so niente e niente voglio sapere, il mio unico metro di misura è WOW! Andandolo a cercare sul Web, l’ho ascoltato e mi sono preso il cd. Da quattro anni, proprio per mezzo di questo bar, ho cominciato ad ascoltare jazz, sembra di essere ritornato ai tempi di Casoria, quando Stefano ci portava all’Around Midnight a vedere Antonio Onorato e Aldo Farias.

Seduti al tavolino, davanti alle consumazioni, Giuliano e Francesco, due colleghi musicisti di solida formazione chitarristica, si sono messi a parlare proprio di jazz entrando nel dettaglio delle loro formazioni. Fantastico! Era da un bel po’ che non sentivo ste cose, mi hanno incoraggiato.

Fare arte è la cosa più bella del mondo, ma insegnarla, a mio avviso, è ancora più bella.

La cultura alternative mi ha insegnato molte cose, a cercare ad esempio e, consapevole del fatto che esiste un sacco di musica, quando ascolti roba che non hai mai sentito ed esclami – WOW! – significa che esiste tanta roba buona! Perciò, non sono soltanto Wilkins e Davis, ma è tutto un mondo e un modo di fare le cose. I bar, le biblioteche, le fonoteche, il collega che ne sa più di te, l’artista sconosciuto che fa tournée per il mondo: è conoscenza! Inesauribile conoscenza. È ricerca e, se tale, è in divenire perché si impara sempre.

“Prendi lo specchio e fallo tuo maestro, se ci fai specchiare dentro la cosa viva, e paragoni quella cosa specchiata con ciò che hai dipinto, vedrai se le due cose si assomigliano” (Leonardo)

Leonardo, dopo 500 anni, ci insegna che la didattica (didáskein) è ricerca, una performance, se così posso definirla, dove dare non è scontato. Non esistono soltanto libri e biblioteche, possiamo apprendere in qualsiasi luogo e in qualsiasi luogo scambiare opinioni e confronti, per questo mi piace andare in giro a scattare foto. Principalmente i bar, i luoghi di transito per eccellenza, il luogo, dove puoi incontrare tutti.

Donato Arcella

Meter polis

“Una canzone pop dei Ramones di tre minuti” (B. Sterling)

Avrei bisogno di immagini metropolitane o più che altro di informazioni: registrazioni. I film di Tsukamoto, non quelli propriamente cyberpunk, come anche Electric Dragon di Ishii, con Asano, mi potrebbero aiutare.

Ritornare in strada tra sottopassi e treni, sopraelevate e metropolitane. Si! Ho le mie difficoltà, ma è qui che si vede lo spirito live delle cose.

Tutto parte da un selfie che mi ritrae nei bagni pubblici di Bologna Centrale, una bella fotografia, una nuova fotografia. Sono quelle idee che pensi da tempo e che poi si realizzano.

Ho fatto una capatina nel cinema cyberpunk giapponese. Che cosa ha di grande? La metropoli! Anche se un film come Bullet Ballet non lo si può definire cyberpunk, per certo è metropoli. Viscerale, non può vivere un altro luogo, è un po’ come nei quadri di Pollock, tutto è disordine: un “ordine” michelangiolesco. Tutto si mischia, non muta, diviene in essa. E’ la giungla dell’uomo primordiale, nessuno può farne a meno. E’ difficile abbandonare una metropoli, nei confini c’è silenzio, ma è pericoloso.

Le periferie

“L’essenza del cyberpunk non si trova localizzata nel cyberspazio, quanto nella discarica, dove i punk low-tech abitano una zona transnazionale/deterritorializzata e continuano a riappropriarsi della tecnologia di strada…” (L. Di Giuseppe)

L’underground, aveva proprio questo stato di cose. La “zona“: questo spazio occupato dai “punk” che, scomparendo, ha appiattito tutto, hanno determinato un tipo di qualità dove non c’è più né domanda né risposta. C’era il mainstream e la controparte indie, oggi invece è come se avessimo il “mainstream” punto e basta. C’è tanta cultura sommersa ma, come dire, è dispersa. Il cyberpunk non insegnava soltanto il virtuale o le varianti splatter tra corpo e ferro, ci ha insegnato, e per certo ancora lo fa, l’organicità delle città madre quale immaginario, almeno di percezione americana, ma c’è un problema:

quella discarica dove trovavi un popolo che si dava da fare per dare una risposta controculturale, è diventata una “pattumiera“ perché da popolo, è ora entità di scarto che, in quanto tale, rimane li, e se le metropoli erano “discarica” (perciò popolo indie) oggi, in quanto scarto, cosa sono? Possiamo mai rimanere nelle periferie dove anche lì, il tempo non rallenta? Una babele segnica di stimoli e di stili la cui visione lontana non può essere gestita (o gestita da pochi) perché ormai fine a sé stessa? Abbiamo capito che le qualità uccidono.

Ricordo ancora quando, l’ultimo treno per Caserta, quello verde che andava a diesel, e che spesso mi capitava di prendere insieme a Massimo, era una condizione cyberpunk! Un treno sul binario fantasma di Napoli Centrale, quello più esterno, che a tarda sera ci riportava nei confini, nelle periferie, dove ci capitava di parlare di Stelarc e di altri artisti che sperimentavano gli innesti. Un’inquietudine di rumori e soluzioni visive di una rete che per attraversarla ci voleva un fisico bestiale, un cut-up di strade, tanto per non stare sempre davanti a quei display, oggi antichi, che ci davano un vantaggio: quello di conoscere le città, la Rete non la conoscerai mai.

Mai sarai figlio o figlia del Web.

Treni, pullman, stazioni e stazioni di servizio, musei, traffico e attività commerciali. Gente, tanta gente che non conosci e che ti calpestano perché folla. Un unico piano sequenza. Secondo voi, Vichy (Shu Qi), sotto quella fila di neon, cosa attraversava? È Tadanobu, con la sua chitarra distorta, cosa suonava?

La “confusione” è una sostanza di informazioni che crea soluzioni, anche la natura vegetale ha un sacco di informazioni, soltanto che è più ordinata. L’uomo moderno nell’ordine delle cose si trova assai male, infatti, non vive bene. Ma ci sta così tanto bene che il disordine lo sta toccando con mano.

È sera, come tutte le sere.

Sono alla fermata metropolitana di San Lazzaro di Savena, torno sempre qui. Con lo smart sto cercando un’inquadratura, questa mattina in treno non c’era nessuno. Proseguirò il viaggio a Napoli, vediamo un po’ cosa dice Nello.

L’alba sospende le cose, dopo un cappuccino c’è sempre quiete, ma non è questa, è soltanto un modo come un altro per cominciare la giornata.

Donato Arcella

Disco d’Oro

La composizione di immagini che vedete qui sopra ritrae uno dei punti indie più culturali di Bologna. Disco d’Oro. Non siamo lontani dalla Stazione Centrale. Ho lasciato una mia opera, l’ho messa a terra e me ne sono andato.

Mi piacciono le foneteche, specialmente con il ritorno del vinile: piccoli quadri la cui opera grafica è di grande ispirazione, annunciano il contenuto. Da tempo il videoclip ha perso di valore, invece gli artworks dei vinili no, ti fanno viaggiare, approfondiscono la verità musicale che trovi all’interno.

Disco d’Oro, dagli anni ’70 del Novecento, è il punto di riferimento della ricerca musicale bolognese. Esistono altre valenti foneteche, ma il Disco d’Oro ha cibato personaggi come Red Ronnie, Gaznevada, Andrea Pazienza e oggi me. Una realtà che ha saputo resistere nel tempo, anche in tempi dove si “ascolta” tanta musica. Lo spazio interno è bellissimo: da farci una mostra.

Proprio questa mattina, ho lasciato loro una “mia” opera o meglio, una mia indagine, una composizione di 4 frames in 50X70, che ho stampato su forex. Motivo? Il grande rispetto che nutro per questa attività e per qualsiasi realtà indipendente che ancora persiste.

Il mio intervento è legato alla Street art, l’ho visto fare da artisti come Mark Jenkins, Domenico Di Caterino e Maurizio Cattelan che, riappropriandosi di uno spazio urbano, lasciando le loro opere, creano uno spiazzamento: un détournement. Il mio intervento, invece, quasi simile, non ha questa intenzione: sono doni, regali indirizzati ad attività mirate e che stimo, in particolar modo musicali, dove cerco l’effetto sorpresa tipico dei regali. Poi, c’è anche la componente espositiva alla “vecchia maniera”. Un modo per uscire dal Web e toccare il mondo reale. Perché le foneteche? Perché ho sempre avuto un rapporto affettivo e molto particolare con la musica, in particolar modo il rock.

Il sogno di Isak:

Mi piace vedere film, per quelli che mi piacciono, e per scelta, mi sono voluto confinare al secolo ‘900. Godard, Pasolini, Salvatores, Tsukamoto per non parlare del noir classico americano che è formidabile, mi danno una ricerca didattica, dove elaboro una mia storia del cinema personale raccontata per frames. Rivedo più volte il film, fotogramma per fotogramma, scattando foto al televisore.

Un regalo fatto di immagini, spero apprezzino, poi, sono liberi di farne ciò che vogliono. Quando le cose escono da Internet (mi piace Internet) hanno tutt’altro sapore.

Racconto tutto su questo blog.

Quello che faccio è laboratorio, non c’è sempre un perché specifico, nasce semplicemente dal fare. Con il pittore Gennaro Cilento trascorrevo interi pomeriggi a scattare e cercare fotogrammi, il grama vertoviano: un accesso alle immagini mentre scorrono, un entrare nella vita mentre scorre e fare pause: dove il frammento si rivela idea indipendente.

La strada, mi piace la strada, è una ricerca affettiva che non si ferma, dove tutto si forma e cresce nella realtà delle cose.

Donato Arcella

S.T.P.

Ho scelto questa immagine perché mi piace, è un vecchio rullino Ilford che ho fatto stampare, l’ho trovato idoneo per rappresentare questo articolo.

Gli Stone Temple Pilots hanno dimostrato che per fare del buon grunge non per forza dovevi nascere a Seattle, ma anche a San Diego. Eddie Vedder, ad esempio, è di Chicago.

Quando parlo dei 1990, il mio riferimento alternative o indie è il grunge. Certo! Abbiamo avuto Radiohead, Oasis e Marlene ma ancora li abbiamo, ma quello che ho vissuto è stato il grunge, fondamentale il tour No Code dei Pearl Jam al PalaEur nel ’96, avevo 20 anni. Un grande raduno grunge, mai visto prima e mai più rivisto. Mi mangiai il panino di Peppe il pasticciere e, nel viaggio di ritorno, in treno, non ricordo chi mi parlò di Luciano Caldore.

Nel 2012, a Ravenna, andai a vedere i Mudhoney di Mark Arm e, nel 2022, all’autodromo di Imola, ancora i Pearl Jam insieme ai Pixies. Posso dire di aver visto la storia del grunge perché con Mudhoney e Pearl Jam ho visto: Green River, Mother Love Bone, Temple of the Dog, Mad Season e Tree Fish. Ma volendo, anche Nirvana e Soundgarden, Dan Peters (batterista dei Mudhoney) è stato il batterista di “Sliver” e, Matt Cameron, prima di diventare il batterista dei Pearl Jam, nello stesso ruolo ha militato con Temple of the Dog e Soundgarden.

Curiosità –

Il concerto dei Mudhoney fu sold out, sapete perché? Perché il luogo in cui suonarono era poco più grande del garage di Conte. Sono queste le realtà che mi piacciono.

Non sono d’accordo quando dicono che tutto finì nel ’95 con Above perché Pearl Jam, Soundgarden, Alice in Chains e gli stessi Pilots, hanno continuato la loro ricerca producendo validi LP anche in progetti trasversali. Come anche i Mudhoney, prima citati che, dal 1988, sono ancora in attività.

Poi tutto cambia.

Sottovalutati perché creduti segugi del carro dei vincenti, gli Stone Temple Pilots, attraverso la loro musica, hanno dimostrato: bravura, carattere, autorialità e performance. Sempre singolare sarà la voce di Weiland, il frontman, il cui modo di fare è mutato nel tempo, anche per merito di importati esperienze al di fuori della band. Hanno condiviso Brendan O’Brien con Pearl Jam, Soundgarden, Audioslave, Red Hot e Rage Against the Machine, uno dei produttori più importanti della scena moderna.

Li ascolto dal 2006, nei ’90 ero troppo legato a Nirvana e Sonic Youth ma, pian piano, riaffacciandomi al Novecento, il grunge è stato il mio primo interesse. Non tanto nelle letture, anche queste importanti, ma nell’ascolto. E’ musica e questa si deve ascoltare. Di libri ce ne sono tanti se non troppi e fastidiosi, soltanto sui Nirvana ad esempio, non so quanta roba hanno scritto eppure, la loro parabola è durata circa tre anni. Molta letteratura sulla vita di Seattle sta uscendo in questi ultimi anni, Claudio Todesco, Valeria Sgarella e Davide Pansolin (chi di più e chi di meno) si stanno impegnando molto in questo settore.

Alla fine, tra ascolti e ricerca, la figura di Scott Weiland è quella che mi ha colpito di più superando Cobain, Moore e Vedder.

Ma tutto non è partito in una bella mattina a colazione.

Nel 2005 ricominciai a suonare la chitarra, ero a Fano, poco dopo ricominciai a scrivere canzoni fino a scrivere diari. Riempivo quaderni e quaderni di pensieri, versi e soggetti. Ho sempre associato l’esercizio della scrittura alla musica, ricordo che, come scendevo a Napoli, ciò che scrivevo lo facevo leggere a Nello, poi ci mettevamo e aggiustavamo i versi. Una volta siamo stati un’intera serata a Santa Maria la Nova a cambiare e ricambiare versi, si fece mattina. A Pesaro, sotto la sopraelevata che mi portava da Mario, questo facevo.

Scrivere è come cantare, ma deve essere una performance, la tecnica guasta!

Galeotti furono i Velvet Revolver su Rock TV (che all’epoca era su Sky), è lì che rividi Weiland. I Revolver erano i Guns N’ Roses con lui alla voce. Anche se non sono mai stato un appassionato dell’hard rock, però, in quella veste, mister Weiland non guastava. Ciò che mi colpì, vedendo il videoclip, fu il suo impatto visivo dove evolse la propria immagine in una maniera molto diversa rispetto agli esordi, ma già da Sour Girl. Questo, mi spinse ad approfondire meglio i Pilots innamorandomene appassionatamente.

Ho ascoltato tutti i loro album fino a scegliere Core e Purple, poi Thank You del 2003 che, Donato di Tasti Neri, ad Urbino, mi consigliò vivamente, fino all’unplugged.

Nel 2007 i Velvet Revolver vennero all’Idroscalo di Milano dove andai proprio per Weiland e che eseguirono, oltre ai loro pezzi, una versione di Sex Type Thing veramente niente male, fino alla sua dipartita avvenuta a soli 48 anni in un tour bus.

Questa purtroppo è l’anti poesia del rock che, come in altre band, la vita dei Pilots è stata segnata dalle vicende personali di Scott. Ne parlò anche Manuela su Fumo Fucsia. Ma ciò che ci interessa è la musica, quella cosa che si ascolta, quella che gli artisti ci lasciano, dove l’arte tutto trasforma in eleganza, proprio ciò che la vita non riesce a fare.

In vinile mi sono voluto prendere un bootleg che cercavo da tempo: Mtv Unplugged 1993.

Gli unplugged grunge per eccellenza sono stati quelli di Nirvana e Alice in Chains, generazionali, ma per affetto mi sono scelto gli Stone Temple Pilots che mi piacciono tanto tanto. Lo potete vedere su YouTube, io lo vidi, in una bella sera d’estate, in VHS insieme a Daniele a casa di suo cugino Davide.

Negli ultimi 20 anni ho fatto un sacco di cose, tra queste cambiare case. Ho vissuto molti détournement, infatti li odio e, per un motivo o l’altro ancora li vivo ma, non so come, sarà il potere della musica, gli Stone Temple Pilots riescono in qualche modo a riportarmi sempre a casa.

Donato Arcella

Verso mezzanotte

“L’uomo non è più artista, egli è diventato opera d’arte” (F. Nietzsche)

Around Midnight. Vomero. Napoli. Primi anni del 2000. Antonio Onorato con la sua Gibson e un sassofonista di cui non ricordo il nome.

Stefano ci portava spesso in questo locale, ci fece conoscere il jazz. Io, Stefano, Antonio e Mauro con la macchina di Slao, i casoriani, ci recavamo qui dopo mezzanotte a vedere musicisti come Farias, Onorato, Amoruso e altri jazzisti partenopei.

Questi rullini li ho sviluppati dopo più di 20 anni, incredibile, ero convinto fossero scaduti. Dovremmo fare tutti così. Vi assicuro che è una gran sorpresa.

Ero alle prime armi, portavo sempre con me una piccola reflex tutta manuale, la comprai da Somma, vicino l’Accademia. Pellicola Ilford.

Questa è fotografia! Non più la ricerca di un linguaggio, ma ricordi che emergono all’improvviso, come i sogni nel loro automatismo. Mi danno sorriso, specialmente in un periodo così incerto e difficile dove tutto sembra abbandonarmi.

Ma la vita va avanti anche così.

L’estetica non è più un mio problema, credo di aver abbandonato questa idea. Perché pensare all’estetica quando i contenuti sono più forti? Non è nostalgia, è ricerca di sé e degli altri, il fatto di aver vissuto cose, cose che con il tempo sono diventate importanti, anche se non sempre raccontate come le Cave (un altro locale, fuori Napoli, di cui eravamo di casa).

Siamo tutti lontani e chissà, ma va bene così! Le vite, come i luoghi, cambiano. Realtà che ancora esistono non sono più le stesse, cambiano le atmosfere come i giorni, qualcuna migliora: in quasi 30 anni l’umanità ha smesso di sognare, abbiamo altre intelligenze. Ma le mie ispirazioni non mutano.

Ieri notte ho fatto un sogno.

Ho sognato di essere nella Cappella Sistina, non c’era nessuno, ero proprio vicino agli ignudi di Michelangelo, mi aveva catturato l’occhio di uno di questi. All’improvviso mi sento chiamare dagli addetti ai lavori e tra loro, riconosco alcuni compagni di Accademia. C’era Max, che strano: nostalgia indiretta? Forse. Ma anche se fosse, non è più mancanza, ma ispirazione.

Le cose che mi piacciono, le cose belle del tempo, ispirarsi significa ricordare (lo diceva Kay Sage) e, visto che non posso farne a meno, oggi, la mia ricerca è questa, tutta mia, tutta personale.

Ma un artista non fa altro che raccontare sé stesso, lo fa con qualsiasi mezzo, scrive velocemente, è la cosa più facile, la più attraente.

All’Around non si mangiava niente male, “scorreva” del buon vino, si, in qualche occasione abbiamo esagerato, si spendeva un po’ ma ne valeva la pena.

Ho un ricordo nebuloso, come piace a me, i ricordi quando sono vividi guastano, mancano di mito, devono emergere dal cuore della notte e, proprio in queste immagini, ho trovato quello che cercavo: piccoli ricordi, bellissimi, che mi danno quiete, soddisfazione. Le ispirazioni vengono dai sogni, cose vissute che diventano tali perché il rimando è lontano, un’altra epoca, un vero e proprio salto temporale. La notte di un tempo dopo mezzanotte che il tempo stesso regala e rivela, prima del mattino, prima di affrontare un giorno nuovo, dove la ragione ti cattura e ti sospende nel nulla.

Donato Arcella

‘Round midnight

Around Midnight. Vomero. Napoli. Primi anni del 2000. Antonio Onorato con la sua Gibson e un sassofonista di cui non ricordo il nome.

Stefano ci portava spesso in questo locale, ci fece conoscere il jazz. Io, Stefano, Antonio e Mauro con la macchina di Slao, i casoriani, ci recavamo qui dopo mezzanotte a vedere musicisti come Farias, Onorato, Amoruso e altri jazzisti partenopei. Questi rullini li ho sviluppati dopo più di 20 anni, incredibile, ero convinto fossero scaduti. Dovremmo fare tutti così. Vi assicuro che è una gran sorpresa. Ero alle prime armi, portavo sempre con me una piccola reflex tutta manuale, la comprai da Francesco Somma vicino l’Accademia. Pellicola Ilford…

Donato Arcella